L'esempio di Venezia, Yasnaya Polyana 2010.

Il 13-14 settembre 2010 a Yasnaya Polyana, il Ministero della Cultura della Russia ed il Yasnaya Polyana Museum hanno organizzato un Seminario sulla Convenzione di Faro.

Il Seminario, organizzato ha associato degli universitari e degli esperti di alto livello per discutere del contributo del patrimonio culturale al progresso della società.

Cristina Gregorin, co redattrice dell'articolo su Venezia nel libro "Heritage and Beyond" ha presentato l'esempio di Venezia. Vedere il programma provisorio e i partecipanti: link.

 “The example of Venice: applying and diffusing the principles of the Faro Convention in a Heritage Community”. 

Circa tre anni fa, il movimento 40xVenezia, nato nel 2007 e volto a confrontarsi con l’amministrazione comunale su proposte concrete per migliorare la qualità della vita in città, ha cominciato a lavorare sulla Convenzione di Faro, sull’applicazione dei suoi principi, sulla sua interpretazione e diffusione.

Oggi ci sono interessanti progetti portati avanti da diverse associazioni cittadine che si ispirano alla Convenzione. 

Un discorso sulla valorizzazione del patrimonio culturale di Venezia, sulle sue potenzialità come risorsa per i cittadini, deve premettere però quelle che sono le specificità della città che ne determinano la vita sociale ed economica.

Venezia è un luogo dove le trasformazioni urbanistiche sono poche e limitate, circondata com’è dall’acqua e con vincoli urbanistici strettissimi in quanto non si possono demolire gli edifici. Apparentemente quindi il tessuto cittadino non può essere stravolto da cambiamenti di grande impatto per la vita sociale.

Tuttavia con i cambi di destinazione d’uso, luoghi, palazzi, ex-monasteri e altre costruzioni sono ugualmente svuotati del loro significato per il contesto cittadino; ad esempio, generalmente, se in una città si demolisce una scuola per costruire un centro commerciale o si trasforma un parco in una fabbrica, la perdita di certe abitudini dei residenti è sostituita con altre e diverse abitudini di altri e diversi fruitori che però appartengono sempre alla comunità cittadina. 

A Venezia quando si cambia la destinazione d’uso di un edificio, quasi sempre questo avviene a favore dell’industria del turismo. La conseguenza è che le tradizioni e gli stili di vita che caratterizzano un determinato luogo, una volta perduti, non vengono rimpiazzati da altri, in quanto il turismo non costituisce una comunità dove gli individui costruiscono delle relazioni tra loro (se non per eccezioni), ma rimane una categoria astratta, di contabilità economica.

 

Venezia è un modello per capire le conseguenze negative del turismo di massa - qui l’espressione è intesa solo per il numero dei visitatori (circa 20 milioni l’anno) e non vuole avere nessuna connotazione di qualità. Il punto in cui il turismo da risorsa economica diventa fattore di rischio per la qualità della vita di una comunità è stato superato da lungo tempo.

I problemi che affliggono molte città storiche dovuti ad una cattiva o incontrollata gestione del turismo, a Venezia hanno un effetto amplificato. Proprio perchè la natura del luogo non si è mai prestata a grandi alterazioni del territorio, Venezia ha mantenuto gli stessi luoghi di aggregazione e socializzazione per secoli; il mercato, il centro politico, i quartieri organizzati intorno alle loro piazze, con i negozi, le scuole, i luoghi di ritrovo.

Storicamente vi sono due momenti in cui il ritmo della città subisce dei cambiamenti sensibili; il primo è con la conquista napoleonica del 1797 e la conseguente perdita del centro politico, il ridimensionamento delle attività economiche, la parziale industrializzazione di alcune aree e l’emigrazione. Il secondo momento si ha a partire dalla anni Sessanta con una nuova trasformazione delle attività economiche, questa volta in ricettivismo turistico e si accentua l’esodo dei residenti verso la terraferma.

Quindi, sebbene luoghi e edifici rimangono quasi intatti, il cambiamento dei fruitori, vale a dire dalla comunità residente ai turisti - due gruppi che raramente frequentano gli stessi posti (ad esempio non si usa più, come fino a 30 anni fa, andare a bere un caffè a San Marco), determina un mutamento delle abitudini degli abitanti.

Il risultato è l’aumento del costo della vita che va di pari passo con una perdita di occupazione nel settore professionale (affitti troppo alti sia per le abitazioni che per uffici o botteghe), riduzione degli spazi utilizzabili dai residenti (in termini di strutture sportive, aree verdi, luoghi di ritrovo) e quindi a detrimento della qualità della vita. Non sorprende perciò la costante diminuzione della popolazione residente, oggi scesa poco meno di 60 mila persone.

 

Per tutti questi motivi la Convenzione di Faro è stata accolta con grande apprezzamento dal gruppo Cultura all’interno dei 40xVenezia che in questi anni ha organizzato diversi eventi volti a farla conoscere ai cittadini.

Ad esempio in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio sono state proposte diverse passeggiate patrimoniali su modello di quelle di Marsiglia, si è creato un sito internet apposito, www.unfaropervenezia.it, si sono fatti incontri pubblici; inoltre è stato pubblicato un quaderno su un edificio di particolare importanza per la città, il Fondaco dei Tedeschi, con proposte e suggerimenti sul suo possibile utilizzo dopo che è stato acquistato dal gruppo Benetton.

Tutto questo lavoro non è rimasto senza risultati; oggi vi sono diversi gruppi di cittadini, che in modo diretto o indiretto si riferiscono alla Convenzione di Faro.

Ci sono state, ad esempio, operazioni di tipo educativo. Alcuni allievi di un liceo classico hanno realizzato un’impegnativa attività di documentazione che ha prodotto interviste, video e ricerche originali. Questa indagine ha permesso agli allievi di scoprire il concetto di “patrimonio” proposto dalla convenzione di Faro che è molto diverso rispetto alla tradizionale impostazione scolastica nello studio dei beni culturali. http://tekne1.ecipaveneto.it/home

Tale esperienza viene adesso ripetuta da altre scuole nel territorio.

Gli abitanti dell’isola della Giudecca, per la celebrazione di un festival delle arti hanno pensato di includere una passeggiata patrimoniale citando espressamente la Convenzione di Faro con il duplice scopo di far conoscere il patrimonio ai cittadini e per diffondere l’idea che si può avere il diritto di esserne partecipi della sua gestione.

Un progetto sulla Laguna di Venezia con lo scopo di valorizzare l’identità e l’economia del patrimonio locale, di far conoscere i musei di cultura materiale, le produzioni e l’ambiente, pur rientrando in un progetto dell’Unione Europea, è ispirato ai principi di Faro.

Un coordinamento di associazioni cittadine (Io decido) che si prefiggono una maggiore collaborazione e un rapporto di trasparenza con l’Amministrazione comunale si propone di far conoscere la Convenzione attraverso alcuni dibattiti pubblici nei prossimi mesi.

Infine, anche l’associazione nata intorno ad una figura politica di rilievo in città, sta portando avanti la riflessione su Faro.

Abbiamo quindi potuto dimostrare che la Convenzione di Faro si presta ad essere recepita in ambiti molto diversi, da quello educativo, a quello politico, ambientale e delle associazioni cittadine.

Tra tutte le esperienze fatte finora, emerge una vicenda che illustra bene i limiti e le possibilità della Convenzione di Faro in questa fase.

Si tratta della futura trasformazione del Fondaco dei Tedeschi, importante palazzo rinascimentale sul Canal Grande, sede delle Poste per quasi un secolo e recentemente acquistato dal gruppo industriale Benetton. Il gruppo aveva mantenuto il più stretto riserbo sui propositi nell’utilizzo dell’edificio fino a poco tempo fa, quando in occasione della Biennale Architettura è stato presentato il progetto di un megastore a firma dell’archistar Rem Koolhaas.

Proprio paventando tale possibilità, due anni fa i 40xVenezia si erano attivati con incontri e pubblicazioni per rendere consapevole la cittadinanza che nel Fondaco sarebbe stato possibile destinare degli spazi sia ad esercizi commerciali per uso turistico che ad attività utili alla comunità residente, ed economicamente sostenibili (anche se non con ampi profitti).

Si era quindi avanzato il suggerimento di realizzare un “fondaco delle civiltà”  che tra le varie attività contenesse una serie di botteghe per i maestri artigiani (spesso costretti a trasferirsi in Terraferma non potendosi permettere gli altissimi affitti richiesti in città) e un asilo usufruibile anche dai turisti; un luogo dove bambini di lingue e nazionalità diverse potessero contribuire ad un’immagine veramente multiculturale di Venezia incoraggiando così una percezione più reale della città e non solo come luogo di intrattenimento turistico.

Lavorando sotto l’egida di Faro, è stato però avvertito il bisogno di modalità operative, giuridiche e legislative più concrete. Una delle questioni più dibattute è stata la possibilità di una definizione giuridica di comunità patrimoniale. Inoltre, dal punto di vista legislativo, al momento non sono previsti modelli di gestione del patrimonio da parte di una comunità patrimoniale, almeno fin tanto che la legge quadro del Consiglio d’Europa non possa influire sugli statuti nazionali per sviluppare leggi apposite.

Nonostante la Convenzione non sia ancora concretamente in opera, i 40xVenezia sono in ogni caso riusciti a sensibilizzare parte del mondo politico e associazionistico locale e in questo momento l’Amministrazione non ha ancora permesso il cambio di destinazione d’uso, riservandosi di valutare il progetto in base anche alle esigenze dei cittadini.

L’esperienza ha reso evidente che il rapporto tra cittadini, istituzioni e privati investitori è ancora agli inizi, mancando quelle modalità operative per portare avanti un confronto tra tutte le parti. Tuttavia l’aumento dei processi di democrazia partecipativa in molti comuni italiani potrebbe facilitare la ricezione e la diffusione della Convenzione. Auspicabile sarebbe però che l’iniziativa della procedura avvenisse non solo bottom-up ma anche top-down, coinvolgendo lo Stato italiano e le singole amministrazioni a sviluppare gli strumenti legislativi, giuridici e operativi necessari.

Cristina Gregorin, settembre 2010.